Volti iraniani

Volti e persone, storie di attimi condivisi con altri esseri umani così lontani da noi, dall’Occidente ‘democratico’, eppure così comprensibili e prossimi. Perché in uno sguardo si legge tutta una vicenda e in Iran gli sguardi sono più intensi, dicono quello che a volte le parole non dicono, non possono dire, raccontano.

Atto I

Volti iraniani - Atto I

Una bottega del thè, il chai più famoso del mondo, a Isfahan. Fotografie in bianco e nero alle pareti, immagini di un paese che fu, e che è ancora, qui dove il tempo si è in parte fermato al 1979.

Sopracciglia-gabbiano su una fronte color caffelatte, liscia, bellissima. Occhi di tormalina incandescente uguali ai carboni che bruciano sul piattino del narghilè, boccata dopo boccata, sempre più accesi, sempre più piccoli, trasmutati in nuvole di fumo alchemico, stordente e pesante come un drappo. I ragazzi ci guardano, prima serissimi, si mettono in posa; sono degli iraniani tosti, maschi, venuti da soli a fumare, di pelle giubbottati e pettinati dongiovanni-style.

Noi li fotografiamo, e piano piano sorridono. Poi si scompongono, e ridono, fanno cenni con la mano. Istrioni, si sfidano per noi in una gara di anelli di fumo; anelli perfetti, e ancora ridono, ridono, ridono di noi che ridiamo di loro in un’allegria alticcia di thè troppo zuccherato, aroma di zafferano e odore spigoloso di fumo.

Atto II

Volti iraniani - Atto II

Eccolo il terribile esercito persiano. I tremendi soldati grigi, parenti stretti dei Guardiani della Rivoluzione, guerrieri sacri, cari a Maometto. Impassibili? Incorruttibili? Fedeli ad Allah e giovani, giovani, disperatamente e sempre cocciutamente giovani. Due anni  ventiquattro infiniti mesi di naia iraniana: servizio militare nelle città, presso i monumenti, negli avamposti più isolati.

Un trittico, sorpreso contro un orizzonte di pietre, a guardia di una gran tomba di un gran morto. Pasargade, Ciro il condottiero riposa, e anche loro riprendono fiato: uno in posa, uno schivo, uno distratto. Nessun esercito ha mai avuto più bisogno di una salvezza, tutta una storia raccontata con uniformi sgangherate e diverse, fatta di scarpe sformate. Fatta di attesa, lenta, accovacciati contro il deserto.

Atto III

Volti iraniani - Atto III

Quello che non ti aspetti. Ragazzi, a centinaia e uguali a tutti i ragazzi del mondo. Niente di meno fondamentalista e telegiornalistico di un ponte iraniano pieno di adolescenti a passeggio, che fanno quello che dappertutto si fa: giochi, battute, corteggiamenti. E lo sguardo di lei, che in fondo ha capito tutto, che magnetico trafigge l’obiettivo, ammiccante, o forse solo curiosa, di sicuro indicibilmente esotica. Una foto alla foto, una mise en abyme digitale e insieme così antica: composizione classica, piramide di umanità, un quadretto composto solo per noi, al tramonto sui ponti di Isfahan.

Atto IV

Volti iraniani - Atto IV

Come un elegantissimo uccello nero nel vento, inquadrata da un arco di sole.

Una donna: è di spalle, ma si è appena voltata. Sulle sue labbra indugia ancora timido il sorriso che ci ha regalato pochi momenti fa, insieme a un pane intero, gratis, solo per gentilezza, solo perché l’abbiamo salutata.

Accade in questo vicolo di Yazd, dove l’odore di pane appena cotto su sassi arroventati dovrebbe uscire dalla fotografia, sostenuto dallo stesso vento che le alza il chador, come un nero, elegantissimo, uccello.

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