Ho paura di volare. Una paura viscerale, disperata, senza appello. Vi ricordate quando da piccoli vi siete persi in spiaggia e all’improvviso vi si è stretta la bocca dello stomaco, vi siete guardati intorno tra facce sconosciute e per un istante vi siete sentiti precipitare in un vuoto emotivo siderale e nulla più importava? Ecco, uguale, anzi di più.

La cosa assurda è che a me gli aerei piacciono: li costruivo con i lego, poi con il meccano, e da più grande ero fissato con gli aeromodelli. Ho sbavato dietro il Cessna Gig Nikko Sunlight-7 per almeno tre natali di fila, senza esito. Ho costruito mentalemente più aeromodelli io di Quercetti in persona. Eppure.

E poi so tutto – come ogni buon maniaco-ossessivo – di come fanno a stare in aria gli aerei. Complice la mia passione per il windsurf, conosco come lavora un’ala, Bernulli, il jet a reazione e compagnia. So perfettamente cosa dicono le statistiche, anzi ogni volta che qualcuno mi dice: “Guarda che l’aereo è il mezzo più sicuro”, io vengo preso dal delirio orwelliano di torturarlo ficcandogli la testa in una gabbia di topi, così impara a sminuire i terrori degli altri.

Insomma, la razionalità non c’entra, ovviamente. Quello che frega tutti gli ansiosi nei confronti dell’ansia da aereo è legato a quell’istanza di controllo, fintamente razionale, ostinatamente credibile e sensata, per cui appena il cervello sa che non c’è nulla da fare, che si è in aria, affidato alla bravura di qualcun altro, senza scialuppe di salvataggio, senza airbag, senza finestrini da rompere o portelloni da forzare o mari da nuotare fino alla spiaggia (come se da un naufragio in pieno oceano ci si potesse davvero salvare a bracciate), semplicemente impazzisce e va in corto circuito. In quell’istante di realizzazione della mia inutilità, ecco, arriva l’aerofobia: la paura di volare. In altre parole ogni volta che vedo, o peggio sono, su una fusoliera da svariati quintali di metallo che si stacca da terra – quel mistero pesante ma aggraziato che chiamano aereo, jet, boeing, airbus -, io me la faccio sotto, e penso alla catastrofe.

Ormai, dopo oltre quindici anni di viaggi intorno al mondo dovrei avere risolto, ma non è così. Per la mia esperienza personale la paura di volare si può addomesticare, mai sconfiggere. Esistono corsi, eh, di quasi tutte le compagnie aeree, e perfino test per capire quanto e di cosa si ha paura . La domanda più esilarante di un test che ho fatto recentemente recitava: “Quanto è presente durante il volo il pensiero di non poter scendere, particolarmente quando il suo fisico presenta reazioni del tipo tachicardia, sudorazione, iperventilazione, nausea, tremolio o addirittura panico?”. La mia risposta è stata “costantemente”, bella forza.

Certo, episodi come quello memorabile di Roma-Boston 2006 sono lontani – crisi di panico 100%, mani fredde, iperventilazione a mantice, sguardo a tunnel e gli stewart che chiedono dall’altoparlante di bordo se c’è un medico, in tre lingue diverse, e dopo poco, finite le turbolenze, arriva un ginecologo di Halifax che mi fa respirare in un sacchettino tenendomi per mano. Storia vera, vergogna infinita. Lontani dicevo, ma mai scongiurati davvero.

E mi domando allora perché? Perché questa variante aerea di horror vacui per cui mi sento sempre in preda alle turbolenze? Perché la sensazione dell’inevitabile? E se a questa domanda non so ancora rispondere, nonostante la mia esperienza di “volatore”, almeno sono riuscito a trovare un paio di tecniche efficaci per ammansire la bestia e in qualche modo arrivare dove devo in aereo.

snoopy

1) Dormire o del tentativo di autoipnotizzarsi con i dirigibili

Banale, eh? Non pretendo che funzioni per tutti e sempre, ma funziona per me. Se riesco ad addormentarmi, meglio se appena entrato in cabina, subito dopo seduto, poi è molto difficile che il parossismo di paura raggiunga livelli alti. Ovviamente non posso pretendere di dormire dieci ore fila in un volo per il Giappone, ma anche il semplice fatto di dormire durante il decollo e le prime ore, cambia il risultato complessivo del volo, anche in presenza di turbolenze. Perché? Non ne ho idea. Avrà sicuramente a che fare con qualche dannato ormone, tipo l’ossitocina o la dopamina o la vattelapeschina, fatto sta che dopo il sonno sono meno propenso a sclerare, e se poi riesco a mantenermi in un dormiveglia costante, allora anche nelle turbolenze sopporto, stringo i denti, tutto è più “attutito”, onirico, come un mezzo incubo e il tempo scorre più rapido.

Per me tappini e mascherina sono un obbligo morale. Se vedete qualcuno accanto a voi prepararsi come una mummia egizia, fasciarsi la testa, tapparsi tutti gli orifizi facciali e perdere i sensi appena l’aereo decolla, non giudicatelo male, potrei essere io.

Forse dovrei concludere che sono gli stati di coscienza alterati a salvarmi dalla paura, in fondo il sonno non è altro che un minor livello di coscienza. Per raggiungere lo scopo però, invece di drogarmi – e credetemi ci ho pensato, valutando per prima cosa l’alcool e per seconda le benzodiazepine – vanno bene tutti gli escamotage possibili: tipo arrivare stravolto in aereo, senza aver dormito da due giorni, tipo la respirazione yoga o mangiare cinque scatolette Simmenthal di fila, oppure contare le pecore. Nel mio caso sono pecore particolari, strane, saltano e non ricadono, saltano e spiccano il volo, ritirano le zampette e gonfiano, gonfiano, volano sopra lo steccato, come tanti dirigibili bianchi e lanosi, e si perdono all’orizzonte.

gatto_turbo

2) Fingersi morto 

Non proprio letteralmente dico, fingersi morto. Cioè non dovete simulare un attacco cardiaco in volo e schiantare sulla moquette della prima classe con la faccia da opossum. No, il segreto è pensarsi morto, già morto. E questo funziona abbastanza bene da sveglio, cioè con il pensiero razionale attivo.

Che uno dice: “Ma guarda che cavolata!” e invece funziona. Io ci sono arrivato per gradi, e più o meno da solo, leggendo i libri del dott. Nardone. Si chiama terapia breve strategica. Detto proprio male si tratta di “aggirare” le proprie paure, ossessioni, ansie, ecc., con un approccio talvolta paradossale, portato alle estreme conseguenze. Spiegato così fa ridere – e ridere, o meglio ridicolizzare in qualche modo l’ansia è un altra via della terapia breve strategica – ma vi assicuro che un po’ di studio può aiutare. Per chi volesse approfondire consiglio un giro qui e la lettura di questo libro.

Il segreto è questo: mentre c’è turbolenza, esattamente quando la faccia della hostess si fa scura e si accende il segnale delle cinture e il capitano parla, biascicando in inglese che sì, era meglio rimanere seduti, era meglio starsene a casa in pantofole a guardare Games of Thrones… Ecco, esattamente quando urlare sarebbe l’unica cosa possibile, bisogna pensare che è la fine. Che quella, signori, quella è la morte. Insomma è finita, adieu, tanti saluti. L’aereo cade, sta precipitando, fra pochi istanti la sensazione di vuoto pneumatico allo stomaco peggiorerà, e poi finirà. Una vampata di calore ci avvolgerà tutti e moriremo. Ma pensarlo davvero! Immaginarsi la scena, convincersi che è così.

Io lo faccio spesso. E dopo un po’ questo portare la paura alle estreme conseguenze, questo abbracciare l’idea della morte, mi aiuta. E’ paradossale appunto. Ma funziona. Cosa c’è di peggiore che crepare? Di fronte a questo pensiero la paura del volo non esiste più. E iniziano a farsi strada altri pensieri inconsci: davvero voglio morire in una crisi di panico, davvero questo è il mio momento? E se lo fosse? Se questo fosse il mio destino, ciò che Dio vuole. Davvero qui e ora, con mia moglie a fianco, insieme a queste persone? Se fosse, se deve, sarà.

E arriva lentamente la comprensione che la morte non si può controllare. Conclusione-illuminazione valida per ogni aspetto della vita. Il panico fa posto a una sorta di ragionevolezza zen, di accettazione. Per pochi istanti, la verità: in aereo o in macchina, a spasso con il cane o al mare o novantenne a letto, la morte esiste, le cose brutte succedono e no, non si controllano. Può non essere un pensiero allegro e di sicuro apre ad altri interrogativi (chi siamo? cosa ci facciamo qui? Tutti altri semplicissimi futuri post del blog, ndr) ma almeno mi ferma, mi rende la giusta prospettiva fatalista e buddista sul volare, e, di solito, pensare alla morte mi tranquillizza e finisco per addormentarmi.

Condividi!

Lascia un commento

La tua mail non sarà pubblicata. I campi obbligatori sono evidenziati con ll segno *